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Immagine, stigma

La disabilità nel senso comune

Il comune linguaggio italiano tradisce una concezione della disabilità molto distante dall’accezione attribuitale dalla Convenzione ONU su diritti delle persone con disabilità.

Disabilità viene comunemente intesa come sinonimo di menomazione, ossia un fatto accidentale che afferisce al fisico, alla mente, ai sensi. È uno scarto più o meno grave dalla media della normalità, valutabile, sbrigativamente, con logiche sanitarie. Essa riguarda e risiede esclusivamente nella persona che ne è affetta (non usiamo questo termine a caso). Gran parte del corpus normativo ricalca, come è ovvio che sia, questa accezione, che assume quindi la forma del paradigma, ossia del modello interpretativo della realtà.

L’immagine percepita

La disabilità si conferma per moltissimi aspetti un tema ancora poco conosciuto. La percezione che se ne ha rimane lacunosa e distorta, di fatto schiacciata sul concetto di invalidità. Per la maggioranza degli italiani (62,9%) essa viene identificata in maniera preponderante con la disabilità motoria, che nell’immaginario collettivo assurge a simbolo della disabilità tout court.

Per la maggior parte delle persone l’incontro con la disabilità è episodico, o comunque circoscritto nel tempo e nello spazio. Entrando in relazione con una persona con disabilità, la maggioranza degli italiani (più dell’80%) dichiara di provare solidarietà, ammirazione e desiderio di aiuto. Ma, nello stesso tempo, il 54,6% sente di provare paura per l’eventualità di potersi trovare un giorno a dover sperimentare la disabilità in prima persona o nella propria famiglia. Il 34,6% teme di poter involontariamente offendere o ferire la persona disabile. E il 14,2% afferma di provare indifferenza, perché non toccato minimamente dal problema. Ne emerge così la difficoltà di instaurare relazioni, che rimangono schiacciata tra solidarietà e paura.

Riguardo in particolare la disabilità intellettiva, quasi il 90% degli intervistati ritiene che essa non sia completamente accettata dalla società. È quest’ultima a produrre emarginazione, discriminazione e isolamento.

(Fonti: Fondazione Serono, Censis, “Le disabilità tra immagini, esperienze e emotività”, ottobre 2010)

La mappa dell’intolleranza nei social network

A giugno del 2019 è stata pubblicata la quarta Mappa dell’intolleranza in Italia, realizzata monitorando la rete Twitter nel periodo che va da marzo a maggio 2019. Lo scopo è quello di identificare le aree geografiche dove l’intolleranza risulta maggiormente diffusa rispetto a 6 gruppi di persone: donne, omosessuali, migranti, disabili, ebrei e musulmani.

Tra i 215.377 tweet analizzati (con valenza sia positiva che negativa), si registrano 23.499 tweet in cui compaiono le parole “sensibili” selezionate dai ricercatori in relazione alla disabilità. Nello specifico, dei 151.783 tweet negativi complessivamente rilevati, circa l’11% contiene espressioni di odio contro le persone con disabilità, pari a 16.676 tweet negativi (il 71% di quelli che hanno come oggetto persone con disabilità), di cui 3.430 geolocalizzati.
Nella scelta delle parole da mappare si è concentrata l’attenzione sui termini e le offese più ricorrenti sui social, individuati anche nelle ricerche scientifiche mirate a studiare i meccanismi impliciti nell’atteggiamento discriminatorio, nel caso della disabilità: mongoloide, spastico, cerebroleso, nano, handicappato, storpio, down, mongoflettico, zoppo, quattrocchi, cecato, ritardato, demente.

La mappa degli insulti rivolti alle persone con disabilità evidenzia una diffusione dei tweet negativi a macchia di leopardo in tutta la penisola. Le aree dove si registra una maggiore concentrazione sono il napoletano e il Nord del Paese. A risultare più intolleranti sono soprattutto le grandi città: Milano, Napoli e Venezia, ma anche Firenze e Torino.
La diffusione dei tweet di odio nei confronti delle persone con disabilità risulta in crescita rispetto al 2018 e si impenna con il clamore mediatico attorno alle tematiche legate al mondo della disabilità.

(Fonti: Vox – Osservatorio italiano sui diritti, “La mappa dell’intolleranza”, giugno 2019)

I crimini d’odio verso le persone con disabilità

Con l’espressione “crimini di odio” si intendono, nel complesso, tutti quei reati perpetrati ai danni di persone che sono scelte intenzionalmente perchè identificate come appartenenti ad un determinato gruppo sociale. Nel nostro caso rivolti alle persone con disabilità, e quindi originati ​​dai pregiudizi verso la disabilità.

Nel 2016, in Italia, secondo il rapporto OSCE-ODIHR, sono stati registrati complessivamente 803 crimini di odio (a fronte dei 555 rilevati nel 2015), di cui 204 rivolti a persone con disabilità (erano stati 141 nel 2015). In particolare, in 54 casi si è trattato di violenze fisiche, in 13 casi di furti o rapine, in 5 di minacce verbali e/o comportamenti minacciosi e in 1 di disturbo della quiete pubblica, mentre in 131 casi non è stato specificato il tipo di reato. Sono stati inoltre segnalati due ulteriori crimini relativi ad insulto, diffamazione e calunnia, ma non sono stati inclusi nel computo perché non rientranti nella definizione dell’OSCE di crimini di odio.
Secondo il rapporto i reati di odio contro le persone con disabilità hanno sovente caratteristiche uniche, che li differenziano da altri tipi di crimini di odio. Ad esempio, molti reati vengono commessi ripetutamente negli anni e coinvolgono persone vicine alle vittime.

(Fonti: OSCE-ODIHR, “Hate Crime Reporting – Italy”, maggio 2018)

Inoltre, come evidenziato dalla ricerca Stop ai crimini d’odio contro le persone con disabilità, spesso contesti che dovrebbero essere sicuri, poiché concepiti per la tutela di persone con disabilità, come istituti e scuole, divengono invece luoghi di abusi e maltrattamenti.

(Fonti: Cutrera Silvia (a cura di), “Stop ai crimini d’odio contro le persone con disabilità”, CESV e AVI onlus, 2016)

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